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Il
Journal des Débats, pochi giorni dopo la fallita impresa,
pubblica il testamento del Pisacane, che dice di aver ricevuto da Londra
e scrive
"Dalla lettura di questo documento si vede di che fatta eroe fosse
quel fanatico strumento dell’ambizione mazziniana, e quale sia il
giudizio che gl’Italianissimi fanno di Casa Savoia, e del regime
costituzionale in Piemonte. Essi abbominano l’una e l’altro, come
abbominano l’Austria e il suo governo; e tutte le lodi che prodigano
al Piemonte non sono che perfide ipocrisie per avere dal paese asilo,
pane ed aiuto a liberamente congiurare". Ecco dunque il testamento
del Pisacane:
"In
procinto di lanciarmi in una temeraria impresa, voglio far note al paese
le mie opinioni per combattere il volgo, sempre disposto ad applaudire i
vincitori ed a maledire i vinti.
"I
miei principî politici sono abbastanza conosciuti: io credo nel
socialismo, ma nel socialismo differente dai sistemi francesi, che tutti
più o meno sono fondati sull’idea monarchica, o dispotica che prevale
nella nazione; è l’avvenire inevitabile e prossimo dell’Italia, e
forse di tutta Europa. Il socialismo, di cui io parlo, può riassumersi
con queste due parole: libertà ed associazione.
"Ho
la convinzione, che le strade ferrate, i telegrafi elettrici, le
macchine, i miglioramenti dell’industria, tuttociò infine che tende a
sviluppare e facilitare il commercio, è destinato, secondo una legge
fatale, a render povere le masse, finché non si operi la
ripartizione dei profitti, per mezzo della concorrenza. Tutti siffatti
mezzi aumentano i prodotti; ma essi li accumulano in poche mani, per
cui tutto il vantato progresso non si riduce che alla decadenza. Se
si considerano questi pretesi miglioramenti come un progresso,
sarà ciò in questo senso che, coll’aumentare la miseria del
popolo, essi lo spingeranno infallibilmente ad una terribile rivoluzione
che, mutando l’ordine sociale, metterà a disposizione di tutti, ciò
che ora serve all’utile solo d’alcuni. Ho la convinzione, che i
rimedî temperati, come il regime costituzionale del Piemonte e
le progressive riforme accordate alla Lombardia, lungi dall’accelerare
il risorgimento d’Italia, non possono fare che ritardarlo. Quanto a me
non m’imporrei il più piccolo sagrifizio per cambiare un
Ministero o per ottenere una Costituzione, neppure per
cacciare gli Austriaci dalla Lombardia e riunire al regno della
Sardegna questa provincia: io credo che la dominazione della Casa
d’Austria e quella di Casa Savoja siano la stessa cosa.
"Credo
al pari, che il governo costituzionale del Piemonte sia più nocevole
all’Italia, che non la tirannia di Ferdinando II. Credo fermamente
che, se il Piemonte fosse stato governato nella stessa maniera che gli
altri Stati italiani, la rivoluzione d’Italia a quest’ora si sarebbe
fatta.
"Questa
decisa opinione si venne formando in me per la profonda convinzione che
io ho, essere una chimera la propagazione dell’idea, e un’assurdità
l’istruzione del popolo. Le idee vengono dietro ai fatti e non
viceversa; e il popolo non sarà libero perché sarà istrutto, ma
diverrà istrutto tostoché sarà libero. L’unica cosa che possa fare
un cittadino, per essere utile alla sua patria, è l’aspettare, che
sopraggiunga il tempo, in cui egli potrà cooperare a una rivoluzione
materiale.
"Le
cospirazioni, i complotti, i tentativi d’insurrezione, sono a mio
avviso, la serie dei fatti attraverso ai quali l’Italia va alla sua
meta (l’Unità). L’intervento delle baionette a Milano ha prodotto
una propaganda ben più efficace, che non mille volumi di scritti di
dottrinarî, che sono la vera peste della nostra patria e di tutto il
mondo.
"V’hanno
taluni che dicono, la rivoluzione debba essere fatta dal paese. Questo
è incontrastabile. Ma il paese si compone d’individui; e se tutti
aspettassero tranquillamente il giorno della rivoluzione senza
prepararla col mezzo della cospirazione, giammai la rivoluzione
scoppierebbe. Se invece ognuno dicesse; la rivoluzione deve effettuarsi
dal paese, e siccome io sono una parte infinitesima del paese, spetta
anche a me il compiere la mia infinitesima parte di dovere, e io la
compio; la rivoluzione sarebbe immediatamente compiuta, e invincibile,
poiché dessa sarebbe immensa. Si può dissentire intorno alla forma di
una cospirazione circa il luogo e il momento in cui debba effettuarsi;
ma il dissentire intorno al principio è un’assurdità, una ipocrisia;
torna lo stesso che nascondere in bella maniera il più basso egoismo.
"Io
stimo colui che approva la cospirazione, e che non prende parte alla
cospirazione; ma io non posso che nutrire disprezzo per coloro che non
solo non vogliono far nulla, ma si compiacciono di biasimare e maledire
coloro che operano. Coi miei principî io avrei creduto di mancare al
mio dovere se, vedendo la possibilità di tentare un colpo di mano sopra
un punto bene scelto e in favorevoli circostanze, io non avessi
impiegato tutta la mia energia nell’eseguirlo e condurlo a buon fine.
"Non
pretendo già, come alcuni oziosi per giustificare sé stessi mi
accusano, di essere il salvatore della mia patria, no; io sono però
convinto,
che
nel mezzodì d’Italia la rivoluzione morale esiste; che un impulso
gagliardo può spingere le popolazioni a tentare un movimento decisivo;
ed è appunto per questo, che ho impiegato le mie forze per compiere una
cospirazione che deve imprimere questo impulso. Se io giungo sul luogo
dello sbarco, che sarà Sapri nel Principato Citeriore, credo che avrò
con ciò ottenuto un grande successo personale, dovessi poi anche dopo
morir sul patibolo. Da semplice individuo qual sono, sebbene sostenuto
da un numero abbastanza grande di uomini, io non posso far che questo, e
lo faccio. Il resto dipende dal paese, non da me. Io non ho che la mia
vita da sacrificare per questo scopo, e non esito punto a farlo.
"Sono
persuaso che, se l’impresa riesce, otterrò gli applausi di tutti; se
soccombo, sarò biasimato dal pubblico. Forse mi chiameranno pazzo,
ambizioso, turbolento: e tutti coloro che, non facendo mai nulla,
consumano l’intera vita nel detrarre gli altri, esamineranno
minutamente l’impresa; metteranno in chiaro i miei errori, e mi
accuseranno di non esser riuscito per mancanza di spirito, di cuore, di
energia. Sappiano tutti codesti detrattori, che io li considero non solo
come affatto incapacî di fare ciò che io ho tentato, ma incapaci
financo di concepirne l’idea.
"Rispondendo
poi a coloro che chiameranno impossibile il compito, dico che, se prima
di effettuare simile impresa si dovesse ottenere l’approvazione di
tutti, sarebbe d’uopo rinunziarvi; dagli uomini non si approvano
anticipatamente fuorché i disegni volgari: pazzo si chiamò colui che
in America tentò il primo sperimento di un battello a vapore, e si è
dimostrato più tardi l’impossibilità di attraversare l’Atlantico
con questi battelli. Pazzo era il nostro Colombo prima ch’ei
discoprisse l’America, ed il volgo avrebbe trattato da pazzi e da
imbecilli Annibale e Napoleone, se avessero soccombuto l’uno alla
Trebbia e l’altro a Marengo. Io non ho la presunzione di paragonare la
mia impresa a quella di quei grandi uomini, però vi si rassomiglia per
una parte; giacché sarà oggetto della universale disapprovazione se mi
fallisce, e dell’ammirazione di tutti se mi riesce. Se Napoleone,
prima di lasciare l’Isola d’Elba per sbarcare a Frèjus con 50
granatieri, avesse domandato consiglio, il suo concetto sarebbe stato
unitamente disapprovato. Napoleone possedeva ciò che io non posseggo,
il prestigio del suo nome; ma io riannodo intorno al mio stendardo tutti
gli affetti, tutte le speranze della rivoluzione italiana. Tutti i
dolori e tutte le miserie dell’Italia combattono con me.
"Non
ho che una parola: se io non riesco, sprezzo altamente il volgo
ignorante che mi condannerà; se riesco farò ben poco caso dei suoi
applausi. Tutta la mia ricompensa la troverò nel fondo della mia
coscienza, e nell’animo dei cari e generosi amici, che mi hanno
prestato il loro concorso, e che hanno divisi i miei palpiti e le mie
speranze. Che se il nostro sacrifizio non porterà alcun vantaggio
all’Italia, sarà per essa almeno una gloria l’aver generato figli,
che volenterosi s’immolarono pel suo avvenire.
"Genova
24 Giugno 1857."
"Carlo
Pisacane"
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