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Viaggio nella casa di correzione penale di S. Stefano

di Amelia Pugliese

Santo Stefano fu scelta per la costruzione di un carcere che rispondesse agli, allora, imperanti dettami della salvaguardia della società "sana", mediante l'isolamento dei colpevoli ai fini dell'espiazione della "giusta pena". La costruzione dell'ergastolo fu l'ultimo atto della sistemazione urbanistica delle isole pontine, voluta da Ferdinando IV di Borbone, a prosecuzione delle imponenti opere, di uso collettivo e sociale, avviate da Carlo III a Napoli e nei territori del regno. Ferdinando infatti aveva deciso con il consiglio dei suoi ministri di fare delle isole pontine floride colonie. Nacque così un piano di interventi che prevedeva due direttrici: una, volta alla realizzazione di una serie di opere pubbliche; l'altra, al ripopolamento e alla trasformazione economica delle isole. Il piano dei lavori pubblici fu affidato alla direzione del Maggiore del Genio Antonio Winspeare, che si avvalse della collaborazione dell'architetto Francesco Carpi. Ma l'artefice materiale della realizzazione del carcere fu il Carpi, il quale seguì tutte le fasi della costruzione sia sul piano strettamente architettonico che su quello riguardante le collaterali questioni amministrative. Secondo il Tricoli l'inaugurazione ufficiale dell'ergastolo, non ancora però ultimato, sarebbe avvenuta il 26 Settembre 1795 con l'invio di un primo contingente di detenuti, circa 200. Non sappiamo da dove il Tricoli abbia ricavato una data così precisa, ma è certo che l'edificio ha cominciato ad essere abitato, anteriormente a quella data, dai detenuti che venivano adoperati come forza lavoro nella costruzione del carcere stesso.

I lavori furono ultimati nel 1797: solo allora, il penitenziario potè allargare la propria capienza alle 600 persone previste dal progetto di Carpi; ma già in pieno XIX secolo si potevano contare quasi 900 detenuti. Riveste un particolare interesse sul piano non della storia, ma forse della psicologia, una curiosa affermazione del Tricoli, secondo il quale fra i primi detenuti ci sarebbe stato lo stesso Carpi condannato "per reato politico". L'informazione è del tutto priva di fondamento poichè le carte dell'Archivio di Stato di Napoli attestano che nel periodo in cui, secondo la tradizione, avrebbe dovuto indossare i panni dell'ergastolano, Carpi svolgeva regolarmente le sue mansioni di funzionario del regno. Da dove il Tricoli, ed altri dopo di lui, possono aver desunto questa notizia? Si può supporre un'ipotesi abbastanza suggestiva: per il profondo della coscienza, soprattutto della coscienza popolare, l'ergastolo è un luogo maledetto, la parola stessa ha un suono sinistro; così, per un oscuro bisogno di giustizia la coscienza popolare e la psicologia collettiva evocano Nemesi: chi ha costruito l'ergastolo, il luogo del dolore, dove altri uomini saranno rinchiusi, dovrà a sua volta, per la legge del taglione, esservi rinchiuso.

La costruzione si presenta, come una struttura a ferro di cavallo, chiusa anteriormente da un grande avancorpo con padiglioni quadrilateri alle estremità, torri cilindriche mediane e cortile interno. Lungo il perimetro del ferro di cavallo si aprono, su tre ordini sovrapposti, 99 celle, rettangolari di: 4,50 x 4,20m., le quali furono, successivamente, ridotte alla metà (4,50 x 2,20m.) per raddoppiarne il numero. Contemporaneamente, dovette essere costruito un anello esterno, ancora più ribassato rispetto al primo piano del corpo originario, in cui vennero ricavate altre celle che, per la loro particolare posizione, erano prive della finestra del lato di fondo, per cui aria e luce erano assicurate da un corridoio antistante munito di finestre che davano sull'esterno. In origine, nei primi due ordini le celle erano delimitate frontalmente da un prospetto ad arconi ribassati che incorniciavano la porta e la vicina finestrella, che davano sul ballatoio: sulla parete di fondo di ogni cella, strette feritoie a bocca di lupo, che si aprivano sull'esterno del carcere, facevano entrare luce ed aria appena a sufficienza. I suddetti archi venivano a formare due distinte successioni nel secondo e nel terzo piano e ripartivano in classi i prigionieri, i quali venivano assegnati ai piani superiori come premio di buona condotta, mentre il pian terreno era riservato ai più irrequieti e turbolenti.

"Ogni cella ha lo spazio di 16 palmi quadrati e ce ne è di più strette: vi stanno nove, dieci uomini e più in ciascuna. Sono scure e affumicate come cucine di villani, di aspetto miserrimo e rozzo, con letti squallidi e coperti di cenci .... tetre sono queste celle di giorno, più tetre e terribili la notte, la quale in questo luogo incomincia un'ora prima del tramonto del sole, quando i condannati sono chiusi nelle celle, dove nell'estate si arde come in una fornace, e sempre vi è puzzo. O quanti dolori, quante rimembranze, quante piaghe si rinnovellano a quell'ora terribile. Nel giorno sempre aspetti e sempre speri, ma quando è chiusa la cella, non speri, e ti senti venir meno la vita. Allora non odi altro che strani canti di ubriachi o grida minacciose che fieramente eccheggiano nel silenzio della notte, come ruggiti di belve chiuse: talvolta odi rumor sordo e indistinto di gemiti o di strida e la mattina vedi cadaveri nella barella". La superficie racchiusa dal perimetro delle celle era originariamente occupata solo dalla cappella esagonale al centro e da due vere da pozzo; successivamente è stato alzato un muro che ha formato un ampio cerchio avente per diametri due lunghi diaframmi in muratura che, correndo affiancati, creano un corridoio contenente i due pozzi, che in realtà sono le due botti di un'unica cisterna alimentata dall'acqua piovana. Mentre l'accesso al corridoio dall'area delle celle è fisicamente libero, i due semicerchi facenti capo alla cappella sono sbarrati da pesanti cancelli, "nel cortile maggiore non è permesso trattenersi mai agli ergastolani...." , ma solo ai condannati ai ferri che, proprio perchè incatenati, davano sufficiente garanzia di non tentare la fuga. Gli altri condannati, invece, vi erano periodicamente condotti per il passaggio sotto munita scorta. Inserimenti successivi sono pure le due torrette poligonali lungo il corpo delle celle e le garitte delle sentinelle sulla terrazza dell'ingresso. L'isolamento era qui sottolineato dalla voluta compenetrazione della struttura architettonica del carcere con la conformazione naturale (tondeggiante) dell'isolotto, che faceva sì che il mare circostante s'infrangesse materialmente sulle pareti rocciose di S. Stefano e psicologicamente sulla mai domavolontà di fuga dei carcerati: quant'angoscia questa calcolata sensazione potesse generare nei reclusi è facilmente e tristemente immaginabile.

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Aggiornato il: 06 marzo 2011