| Ventotene e S.
Stefano risultano essere le sommità emergenti di un cono eruttivo. I geologi
hanno individuato il centro del cono vulcanico nei pressi di Punta dell'Arco.
Contemporaneamente alla grande eruzione di questo cono vulcanico, che circa
1.700.000 anni fa diede vita al processo del "divenire" geologico di
Ventotene, un'attività eruttiva di dimensioni ridotte formò, a poca distanza,
un'enorme massa rocciosa di trachiti e basalto, presupposto genetico per
l'isolotto di S. Stefano. Su questo ammasso informe ricaddero successivamente
pomici, ceneri, lapilli e scorie varie, frutto della fase esplosiva del cono
vulcanico di Punta dell'Arco. Cominciò così a prendere corpo e a svettare
dalle acque una piattaforma tondeggiante che i millenni successivi, con il
contributo determinante degli agenti atmosferici, plasmarono progressivamente
così come oggi ci appare. Solo l'imprevedibilità della mente umana riuscirà
poi a trasformare quest'esuberante giardino della natura in una triste serra di
costrizione.
Le vicende
storiche dell'isola di S. Stefano sono state da sempre, e fatalmente, collegate
da un cordone ombelicale a quelle della "madre" Ventotene: così,
dalla probabile frequentazione protostorica, si arrivò allo stanziamento romano
passando, per più o meno prolungate soste di genti, soprattutto greche, che
solcavano quei mari. Ma per S. Stefano si dovrebbe parlare, più giustamente, di
uno stanziamento romano sui generis riflesso cioè di quello di
Ventotene: scarsissime sono le testimonianze monumentali fino ad ora note,
incentrate in qualche spezzone di muratura, in reticolato inglobato in un
cascinale. Alla suggestione popolare si deve l'identificazione di un grande
bacino scavato interamente in un banco di tufo con una vasca realizzata per
Giulia, la figlia di Augusto, relegata nella vicina Ventotene. Con il crollo
della residenza imperiale di Ventotene, anche le poche strutture di S. Stefano
dovettero cadere rapidamente in rovina. Molto probabilmente su questi ruderi,
con opportuni adattamenti ed ampliamenti, si dovettero susseguire le fasi
monumentali delle ulteriori vicende storiche dell'isolotto. Infatti la natura
dell'isola non poteva che consentire sporadiche presenze, forse, di eremiti e
forme monastiche embrionali, per nulla appetibili alle bramosie dei pirati
saraceni.
Nel 1019,
l'isolotto, che da tempo doveva essere proprietà dei duchi di Gaeta, viene
ceduto, insieme a Ventotene, al Nobile Campolo, figlio di Docibile; nel
documento relativo l'isolotto venne indicato come Dominus Stefanus dal nome di
uno dei nobili di Gaeta che ne era stato proprietario. Questa definizione deve
aver condizionato il futuro nome. E' probabile, infatti, che nel momento in cui
a Ventotene venne realizzato il monastero dedicato a S. Stefano (documentato
agli inizi del XIII sec. ) il vicino isolotto passò, vuoi per il desiderio dei
monaci, vuoi per la volontà popolare, sotto la protezione del medesimo Santo di
cui già possedeva, anche se per altri motivi, il nome.
Le fonti
ricordano l'isolotto come proprietà della Chiesa gaetana fin dal 1071.
Probabilmente, con la realizzazione di un monastero vero e proprio a Ventotene,
cessarono le manifestazioni eremitiche a S. Stefano e l'isolotto dovette
rimanere in possesso dei monaci di Ventotene come eventuale serbatoio suppletivo
per le risorse agrarie.
Per i secoli
successivi S. Stefano rimase ai margini delle vicende dell'arcipelago divenendo
rifugio occasionale per i pirati, poichè le sue ridotte dimensioni non ne
consigliarono mai uno sfruttamento razionale.
Si deve
aspettare il Settecento, con il suo ambiguo bagaglio illuministico, perchè S.
Stefano possa trovare un suo spazio ben definito nel tessuto socio-economico
dell'arcipelago.
L'isolotto, per
le sue peculiarità naturalistiche e topografiche, venne chiamato a svolgere il
ruolo di palcoscenico per la messa in atto di un esperimento che la storia
definirà, giustamente, angosciante, ma che allora si fregiava dell'etichetta di
alta e "illuminata" umanità.
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